LE ANIME MORTE A SCUOLA (per un’agiografia degli anni ottanta)



Qualche tempo fa un collega mi spiazzò ed emozionò in un colpo solo con una piccola indiscrezione sul passato che vorrei raccontare anche a voi (non fosse mai che riuscisse anche a me di spiazzarvi ed emozionarvi in un colpo solo).

Aveva un aspetto più che mai giovanile, cartunesco, il mio collega, nonostante la calvizie e un po' di grasso di troppo, invece parla parla venne fuori che mbè tanto giovane non era. 
Almeno non come l'aspetto prometteva. 
Quel giorno, in sala insegnanti, mentre aspettavamo chissà che cosa forse una riunione collegiale e parlavamo tanto per passare il tempo, mi disse che era entrato nel servizio scolastico nei primi anni ottanta del novecento, in un paese piccolo come una mosca, che si trova più o meno dalle parti nostre, cioè nella provincia, ma più che mai arroccato sopra a centinaia di curve a zighe zaghe per arrivarci; paese che io conosco benissimo perché essendo l'estate il risveglio dei paesini dell'entroterra, anche i più impervi e solitari e gelosi di sé medesimi, io ci vado ogni estate per il periodo che il paese entra in festa, ma ci vado anche d'inverno pieno, ché è quella la faccia vera del paese, no il trucco che si mette l'estate, e conosco pure molto bene i suoi abitanti, quelli vivi e quelli morti, quelli che un giorno d'estate, visitando avidamente come sempre il loro cimitero che ha uno straordinario panorama (sull'aldiqua e sull'aldilà), soprannominai Gli abitanti del villaggio di Casaccio per via che questo è un paese scodellato come vieneviene tra altri due paesi collinari, un po' di case di qua un po' di là, come su un dorso di cavallo; un villaggio che secondo l'umore del regime una volta era del comune alla sua destra un'altra del comune alla sinistra - a casaccio, per l'appunto - mentre oggi è semplicemente lasciato all'abbandono e nessuno sa quasi più sotto quale bandiera mettersi il cuore in pace; quindi quando il collega mi disse guarda che io il primo anno in ruolo l'ho fatto là subito sgranai gli occhi miei tutto contento e lui vedendo la contentezza fece una cosa assai bella, a mio parere, ovvero continuò il suo racconto - se non avesse ricevuto quella contentezza, per giunta assai rara in me, magari si sarebbe stato zitto. 
E io avrei perso un tesoro, come vedrete. 
(D'altronde, me lo dice sempre il babbo, me lo dice con l'esempio naturalmente, non me lo dice a parole, mi dice sempre, esempio dopo esempio, mi dice parla con tutti, dal ciabattino, dal muratore, al sindaco, al governatore regionale - ché io ci parlerei pure col governatore regionale, ma dove lo trovo? E il sindaco, anche il sindaco, 'ndov'è? Mbò. Non c'è mai nessuno...). 


Il collega allora, con un fare da scrittore noir, mi disse tu non sai che cosa succedeva nel villaggio di Casaccio come lo chiami tu negli anni ottanta quando ho preso servizio io. 
E che succedeva gli chiesi io nel villaggio di Casaccio come lo chiamo io negli anni ottanta quando hai preso servizio tu? 
Succedeva mi disse lui che malgrado il paese fosse sull'orlo dello spopolamento ogni anno riuscivamo a fare due sezioni, la sezione A e la sezione B... tutti gli anni (e questa parola, tutti gli anni, proprio la sottolineò con la voce e con lo sguardo)... e c'era anche più del numero legale degli studenti (e giù un altro segno d'intesa). 
Io allora che sono un idiota mica capii che cosa volesse dirmi con tutte quelle sottolineature. Perché lui, sottolineando le parole, ammiccava come a qualche verità segreta, a qualche consuetudine malandrina, italica. 
Ma io, là, baccalà, non capivo. 
Lui capendo che io non capivo, mi disse che il preside era anche il vicesindaco, e comunque a parte questo, prima, tanti ispettori non giravano, i computer non c'erano. Si viaggiava con la carta. E la carta, si sa, viaggia lenta. 
Se non arrivavi al numero legale per fare le classi - concluse secco - c'era l'abitudine di imbarcare qualche morto. 
In che senso, dissi io, guardandolo come si guarderebbe un Caronte, imbarcavi qualche morto?
Eh, nel senso che per arrivare al numero legale necessario per fare stare in piedi una classe, aggiungevano nell'elenco i nomi di vecchi e pensionati morti nell'ultimo anno... oppure i pensionati che erano iscritti alle scuole serali, che erano parecchi, venivano segnati anche alle scuole della mattina, e poi quando morivano, li lasciavano là per fare numero, per permettere la vita stessa della scuola, non arrendersi alla chiusura, chiedere finanziamenti, stipendi ecc. Diciamo che i vivi campavano alle spalle dei morti. Io mi ritrovavo con un registro dove erano scritti ventisei, ventisette studenti (in quegli anni!!! in quel paese!!!), ma la metà non c'erano mai, erano sempre assenti - ride - e come facevano a essere presenti? stavano al cimitero!
Trasalii. Le anime morte, sussurrai io pieno di scombussolamento interiore. Le anime morte a scuola.
Lui mi guardava interrogativo. 
Facevate le classi con le anime morte, gli rifischiai. 
E lui, che non aveva probabilmente letto Gogol', ma afferrava i discorsi abbastanza in fretta, mbè sì, mi disse... in un certo senso, sì... facevamo le classi con le anime morte.
Le impastavano così, in quel villaggio, le classi. Mezze vive, mezze morte. Più morte che vive, mi sa. Chissà quanto dovevano imparare gli studenti vivi dagli studenti morti. E dire che gli studenti morti ne sapevano molto più dei professori (che vivi vivi, lo sapete, non sono mai nemmeno loro, ed oggi ne sanno forse assai meno, i professori dico, anche degli studenti vivi, anche di quelli vivi solo appena appena, che non sono affatto pochi, secondo i nuovi costumi attuali).

Vedete come erano più poetici gli anni ottanta, in Italia. 
Anche oggi, certo, ci sono i buchi, nel registro. Studenti che si sono trasferiti e che per noncuranza delle segreterie restano lì, sul registro, a fare numero. Ma ripeto: sono distrazioni di qualche segretaria smemorata. A fine anno si tira una riga sul nome e via. Anche i registri elettronici, ho potuto vedere, se qualche studente si trasferisce, serbano l'errore per qualche tempo, magari gli insegnanti più sbadati quando fanno l'appello ogni tanto inciampano su quel nome, mettiamo un Sartarelli, chiamano Sartarelli!, quando lo sanno tutti che Sartarelli s'è trasferito due mesi fa e tutta la classe, quella viva e presente, ride, e in questi ultimi tempi, col terremoto, la paura, i Sartarelli si sono moltiplicati. Manciate e manciate di Sartarelli trasferiti sulla costa. E con ciò? Sono sempre pochi.
Da sempre sogno una classe di soli Sartarelli. Una classe morta. O meglio trasferita. Che tu entri la mattina e fai l'appello e non risponde nessuno e nessuno ride perché non c'è niente da ridere, e il registro è pieno di nomi ai quali non corrisponde niente. E bisogna parlarci, anche, con questo niente. Ché poi qualcuno potrà considerarlo triste ma parlare ad un'aula vuota, ad una classe morta, somiglia molto alla maniera più giusta se è giusto dire così di fare la letteratura: un parlare senza pubblico. Un parlare al niente. Anche di niente.
Un parlare con i morti.

Fa impressione un'aula vuota. La mattina soprattutto, quando il ricordo del giorno prima è andato a sbiadirsi quel po' che basta per somigliare a un piccolo funerale che si ripete ogni giorno. 
Dopo le lezioni, invece, con le bidelle che spazzano e danno il cencio a terra, le aule vuote non sono la stessa cosa. Puzzano ancora troppo di sudore, fiato, rumore. Ci pulsa ancora troppa vita. Bisogna aspettare.
Già la sera inizia ad affacciarsi, timida, un po' di poesia. 
Ma poca.
Ripeto: bisogna aspettare. 

E dopo la storia delle anime morte a scuola che mi ha raccontato il collega, mentre la mattina seguente sedevo imbacuccato dentro l'aula vuota della mia classe, aspettando l'arrivo degli studenti, quelli vivi e quelli meno vivi, ho pensato a mio nonno, il marito della nonna poetessa, e di come quell'uomo dopo una vita fatta di giorni e giorni a fare il muratore nei cantieri, trovava la forza la sera di andare a fare le scuole serali, rifaceva sempre le scuole medie, con mia nonna che gli diceva vabbè mò l'anno prossimo fai le superiori, lui invece si riprendeva sempre la licenza media che forse visto che l'aveva già presa varie volte la considerava più alla sua portata e ho scoperto solo più tardi, rimettendo i pezzi a posto, che in realtà mio nonno si iscriveva alle scuole serali un po' per avere una scusa per uscire (e certo non sempre andava a scuola), un po' per sfuggire dalle grinfie di mia nonna che gli rompeva l'anima e la sera pretendeva che tutta la famiglia, invece di guardarsi la televisione come le buone famiglie italiane, facesse le scarpe, letteralmente le scarpe, ché lei per tirare su qualche soldo si prendeva le commesse di scarpe da finire dalle fabbriche là vicino, e tutti dovevano stare a cucire e suolare e tirare fili, figli compresi (mia mamma è cresciuta con l'odio per le scarpe e sarebbe andata sempre scalza per il mondo, fosse dipeso solo da lei), e mio nonno dopo una giornata sotto il sole col cazzo che si metteva a tirare fili e se ne andava, pur di uscire con una scusa, per giunta nobilitante come l'istruzione, se ne andava alle scuole serali. Almeno, diceva, mi imparo qualcosa. Ma uno come lui, dopo tant'anni, che doveva imparare più? Non sapeva ormai tutto quello che serve per vivere?
Era pure comunista...

Chissà, mi dissi, poi che mi ero e mi avevano raccontato tutte queste storie, se dopo la sua morte, la morte di mio nonno, pure lui divenne un'anima morta che la mattina andava a scuola col suo bell'abbecedario sottobraccio, in uno di quei borghi o villaggi, poco poco più grande, e tutto nebbioso, come lo era più o meno il mio, di quello degli abitanti che io ribattezzai del villaggio di Casaccio?  




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